L’istruzione cristiana nel Magistero della Chiesa

Introduzione

Tredici, lunghi anni. È esattamente il tempo durante il quale i nostri figli frequenteranno le scuole, prima di poter accedere all’Università o trovare un lavoro. Almeno cinque ore al giorno, per almeno cinque giorni a settimana, per nove mesi all’anno. Per tredici anni, a partire dalla prima infanzia fino alla maggiore età, passando per la difficile tappa dell’adolescenza. Cosa avranno assimilato durante questo tempo?

Modifichiamo leggermente la domanda: cosa vorremmo che assimilassero durante questo tempo? Anzi, meglio ancora: che cosa la Chiesa cattolica, eco dell’insegnamento di Nostro Signore, domanda che assimilino i nostri bambini e ragazzi?

La scuola oggi

Non c’è bisogno di troppe parole per descrivere lo stato in cui versa la scuola italiana ai nostri tempi, per fare il confronto con ciò che invece dovrebbe essere: siamo infatti da diversi decenni ormai in balìa di una vera e propria dittatura del pensiero liberale e marxista che, lungi dall’escludersi vicendevolmente, sono due tristi facce della stessa medaglia: l’ideologia anticristiana, di radice senza dubbio massonica. E questo, dal punto di vista solo intellettuale.

Se venissimo poi a descrivere la perversione morale che viene oggi non solo legalizzata ma addirittura imposta da normative europee[1], c’è da rimanere attoniti. Teoria del gender e deviazioni simili sono le ultime tappe verso la scristianizzazione della scuola e dell’educazione.

A tutto questo, un genitore cattolico non può restare sordo, e deve (diciamo: deve) correre ai ripari; ma per farlo, ha bisogno, ed è lo scopo del nostro scritto, sapere cosa precisamente dovrebbe essere la scuola e quali gli obblighi precisi di coloro che, per volontà divina e diritto naturale, sono i depositari di quel delicatissimo compito che è l’educazione cristiana. Lo faremo seguendo tra gli altri gli illuminanti principî dell’enciclica Divini illius Magistri di Papa Pio XI del 1929.

I titolari dell’educazione

È necessario ricordare innanzitutto, seguendo le parole del Sommo Pontefice citato, che il dovere dell’educazione dei figli è proporzionalmente suddiviso tra le tre società di cui è parte l’uomo e il cristiano: la famiglia, la società civile, la Chiesa.[2] Ora, diciamo proporzionalmente suddiviso perché queste tre società non hanno tutte lo stesso ruolo in quest’opera; la famiglia, infatti, è una società imperfetta (poiché non possiede tutti gli elementi per il proprio perfezionamento) e ha bisogno delle altre due; la società civile è invece una società perfetta nel suo ordine ma è subordinata, nel suo fine ultimo, al fine ultimo estrinseco della Chiesa, che è la salvezza delle anime. Ora, la famiglia resta comunque la prima società in cui l’uomo si trova ad essere accolto dal punto di vista naturale: ciononostante Pio XI non esita ad affermare che, senza alcun dubbio, l’educazione è compito che «appartiene in modo sopraeminente alla Chiesa». Ciò a due titoli: in primo luogo perché la Chiesa ricevette da Nostro Signore il supremo potere di Magistero, cioè l’insegnamento delle verità di Fede; in secondo luogo perché essa genera alla vita della grazia i suoi figli, e può a pieno titolo essere considerata madre dei cristiani.

La Chiesa è dunque completamente indipendente nella scelta non solo dell’oggetto dell’insegnamento, ma anche nei mezzi necessari per adempiere a tale compito: la famiglia e lo Stato saranno, a quel punto, dei collaboratori tanto più efficaci nella formazione cristiana dei bambini e dei giovani, quanto più si uniformeranno ai suoi dettami.

Errato sarebbe dunque considerare, alla stregua del cattolicesimo liberale, che la Chiesa debba occuparsi dell’insegnamento del Catechismo, delegando totalmente l’istruzione delle altre discipline (scientifiche e umanistiche) ad altre istituzioni “più competenti”: essa al contrario possiede tutte le capacità e le competenze per una formazione integrale e per giunta pienamente bilanciata e centrata sul fine ultimo dell’uomo, che sempre si deve tener presente allorquando ci si occupa di educazione ed istruzione; proprio per questo nei secoli passati l’educazione cristiana (dall’infanzia fino all’Università) è stata una gloria della Chiesa di Roma: dovunque nel mondo sono fiorite in grande quantità scuole, collegi, convitti per la gioventù retti da ecclesiastici e da religiosi. Non dimentichiamo inoltre che la Chiesa e la famiglia, oltre ad essersi sempre occupati dell’educazione dei giovani, storicamente lo fecero per prime.

Cosa resta allora allo Stato? Parlando sempre in termini di principio (in un contesto ideale, prescindendo dalle situazioni particolari) lo Stato non dovrebbe far altro che garantire alla Chiesa le possibilità politiche, economiche e materiali per fondare e mantenere delle scuole veramente cattoliche. Quanto questo principio ci sembri lontano dalla realtà, dimostra nient’altro che la situazione da noi vissuta oggi è realmente agli antipodi dei principî cristiani…

Non che alla società civile sia moralmente del tutto proibita la fondazione di scuole; ciò che importa, però, è che esse siano comunque in piena conformità con la dottrina della Chiesa, con i suoi metodi, con le sue finalità. Il Papa insegna inoltre che questo compito è affidato allo Stato ogniqualvolta la famiglia, per diversi motivi, non riesca a garantire una buona istruzione ai suoi figli: non si sostituisce dunque ad essa, ma eventualmente ne supplisce i difetti.

Ma lo Stato ha anche un potere negativo relativamente all’istruzione: quello cioè di eliminare gli ostacoli pubblici ad una buona formazione morale dei giovani. Se gettiamo uno sguardo al presente, ci accorgeremo con raccapriccio che è esattamente il contrario che avviene oggi…

Cosa accade quando lo Stato, avocando a sé il controllo completo dell’educazione dei bambini, devia dai principî che la Chiesa insegna? Il Papa mette in guardia da un funesto pericolo che, purtroppo, è più che mai presente oggi: quello del naturalismo pedagogico. Con questo termine ci si riferisce infatti a quei sistemi che «si appellano ad una pretesa autonomia e libertà sconfinata del fanciullo e che sminuiscono o anche sopprimono l’autorità e l’opera dell’educatore, attribuendo al fanciullo un primato esclusivo d’iniziativa ed una attività indipendente da qualsiasi legge superiore naturale e divina, nell’opera della sua educazione»[3].

Altro rischio concreto che il Pontefice paventava (e che oggi è semplicemente la cruda realtà…ed anzi norma ineluttabile) è il laicismo educativo, cioè precisamente il fare astrazione, nell’istruzione impartita agli studenti, da ogni riferimento alla dottrina rivelata, e dunque alla Verità.

Il compito della scuola cattolica

E veniamo ora alla pars costruens del discorso: il modello ideale, cioè, a cui un’istituzione scolastica dovrebbe tendere, sia essa retta da religiosi o ecclesiastici, oppure organizzata da famiglie ed associazioni cattoliche. Si badi: il discorso che stiamo per affrontare deve potersi applicare al presente, poiché la Verità non muta e l’esigenza di una solida formazione cristiana non può diventare, neanche in un’epoca corrotta come la nostra, una mera utopia.

La scuola, dicevamo, ha da raggiungere un delicato equilibrio tra adeguata formazione intellettuale e solida educazione morale.

Non c’è ragione infatti per non considerare come adatto alla competenza di insegnanti cristiani il fatto di istruire i giovani alunni in tutte le discipline che ogni ordine e grado scolastico, ogni indirizzo di studi prevede: tanto nella formazione classico-umanistica che in quella tecnico-scientifica, infatti, un buon educatore e professore saprà dare ai suoi studenti un’adeguata preparazione che non prescinda dai principî della sana dottrina ma che anzi vi si conformi. È il Papa Leone XIII questa volta che lo afferma: «E’ necessario che non soltanto in determinate ore si insegni ai giovani la religione, ma che tutta la restante formazione olezzi di cristiana pietà»[4]; e ancora: «l’insegnamento stesso e nelle lettere e nelle scienze sia in tutto conforme alla fede cattolica, massime poi nella filosofia, dalla quale in gran parte dipende il retto indirizzo delle altre scienze»[5].

Ma vi è di più: al professore cattolico, allorché si trovi in presenza di contenuti cognitivi delicati e pericolosi (diamo come esempio la lettura di opere classiche e letterarie potenzialmente immorali, o sistemi filosofici erronei) al professore cattolico, diciamo, non è proibito affrontare, seppur con le dovute precauzioni ed eventuali “censure”, tali argomenti, a patto però che ciò si faccia mettendo esplicitamente in guardia gli studenti dagli errori e preservando le loro giovani menti dal pericolo della perversione[6].

Infine, una scuola cattolica degna di questo nome avrà a cura la formazione morale individuale dei suoi studenti, in conformità alla legge di Dio e ai precetti della Chiesa. A tale scopo, tre linee – guida da tener presente: 1) pedagogia tesa all’acquisizione delle virtù; 2) eliminazione di tutte le possibili occasioni di peccato, e in specie dell’educazione promiscua; 3) educazione orientata alla vita spirituale, alla vita di grazia.

Quanto al primo punto, fondamentale è il ruolo che educatori e maestri eserciteranno presso i discepoli nella loro infanzia, allo scopo principalmente di raddrizzare la giovane pianta già inclinata al male dagli effetti del peccato originale: «Sono dunque da correggere le inclinazioni disordinate, da promuovere e ordinare le buone, fin dalla più tenera infanzia, e soprattutto si deve illuminare l’intelletto e fortificare la volontà con le verità soprannaturali, e i mezzi della grazia»[7]. In queste parole vi è tutto il realismo cristiano, quello sguardo disincantato sulla natura umana che ispira al Pontefice una citazione della Sacra Scrittura: «La stoltezza è legata al cuore del fanciullo e la verga della disciplina la scoterà di dosso» (Prov. XXII, 15). Siamo ben lontani dalla pedagogia del Rousseau e la sua teoria del “buon selvaggio” …

Quanto al secondo punto, un’attenzione particolare sarà data dagli educatori cristiani ad ogni rischio di deviazione morale degli studenti: per questo, un contesto scolastico sano sarà quello in cui non vi è posto per la volgarità, la superbia, la sfrontatezza dei discepoli: quanto più rapidamente ed efficacemente tali disordini saranno evacuati, tanto più gli effetti positivi si vedranno nel sereno e pacifico svolgimento delle lezioni.

A proposito poi della promiscuità dei sessi, va detto che la Chiesa ha sempre scoraggiato l’educazione congiunta: il Papa Pio XI se ne fa eco affermando che «Il Creatore ha ordinato e disposto la convivenza perfetta dei due sessi soltanto nell’unità del matrimonio»[8], e che pertanto non conviene, specialmente nell’età più delicata che è quella dell’adolescenza, impartire un’educazione comune.

Ciò, oltre a costituire un evidente pericolo morale a causa delle passioni sregolate che può suscitare, è innaturale anche a causa del ruolo che uomo e donna avranno da esercitare in special modo nella famiglia, ma anche eventualmente nella vita consacrata. Una essenziale diversità di ruolo non può che comportare una diversità di insegnamento ed educazione. Dando uno sguardo alla situazione attuale, al pericolo comune vanno aggiunte le perniciose idee di parità dei sessi sul piano ideologico, le mode femminili indecenti, e si avrà un quadro completo dei rischi che la promiscuità comporta.

Quanto infine al terzo punto, che in ordine di priorità è il più importante, giova sottolineare che, essendo la grazia deputata a perfezionare la natura, sommamente importante e centrale nell’educazione dei giovani sarà l’aspetto strettamente soprannaturale e sacramentale. A dire il vero, non si può passare sotto silenzio il vantaggio anche solo della presenza fisica in una scuola di educatori consacrati (sacerdoti, religiose); la loro presenza e la loro voce avrà di certo, come eco della voce stessa di Dio, un canale privilegiato nella giovane mente dei fanciulli.

A stento è necessario, poi, sottolineare come in una scuola cattolica possa fare bene l’assistenza frequente alla S. Messa[9], la ricezione dei sacramenti, la partecipazione in genere alle funzioni sacre. Proprio questi saranno, infatti, i mezzi che permetteranno di sublimare una buona educazione naturale rendendola un’opera veramente cristiana.

Doveri dei genitori

Da quel che abbiamo finora enunciato, e dalle parole citate dei Pontefici, non si concluda che la scuola cattolica è solo una bella opzione ed un ideale desiderabile. Al contrario, le parole della Chiesa sono molto precise al riguardo: educare i propri figli in una scuola cattolica è, per i genitori cristiani, un dovere morale grave. Grave nel senso che, essendoci tutte le condizioni per farlo[10], un genitore che rifiutasse di mandare il proprio figlio in una scuola cattolica abbandonandolo alla mercé dell’istruzione cosiddetta neutra o peggio acattolica (che, in pratica, è quasi sempre la situazione delle scuole pubbliche odierne) commetterebbe un grave peccato[11]. Del resto lo stesso Codice di Diritto canonico prevede quest’obbligo: la frequenza delle scuole acattoliche, o neutrali, o miste, quelle cioè aperte indifferentemente ai cattolici e agli acattolici, senza distinzione, è vietata ai fanciulli cattolici, e può essere solo tollerata, unicamente a giudizio dell’Ordinario, in determinate circostanze di luogo e di tempo e sotto speciali cautele (CIC 1917 c. 1374). Ben più che un semplice consiglio, come si può ben vedere; troppo grave è il dovere di provvedere all’educazione cristiana dei propri figli!

Aggiungiamo però, a corollario di quest’obbligo pubblico, un dovere morale privato se si vuole, che sempre compete ai genitori cristiani come preparazione ed ausilio ad una educazione in una scuola cattolica, e che è particolarmente urgente in questi tempi: il dovere cioè di preservare fin dall’infanzia i suoi figli dal gravissimo pericolo che essi corrono a causa dei potenti mezzi tecnologici che troppo imprudentemente si affidano nelle loro mani. Non c’è bisogno di troppo intuito né di speciale esperienza per sapere quanto l’immoralità (diciamo meglio: la pornografia) faccia strage di anime dal momento che essa è ormai alla portata di tutti, letteralmente “nelle tasche” di ognuno: basta un telefono cellulare o un tablet connessi ad internet per avere accesso a qualsiasi cosa.

Tutti mezzi, questi, il cui utilizzo è, nelle scuole odierne, permesso e incoraggiato. Un genitore a cui starà a cuore l’educazione cristiana dei suoi figli non lascerà che essi poi si corrompano già da casa con un utilizzo indiscriminato e incontrollato di tecnologie che, benché sommamente utili, portano purtroppo facilmente (senza esagerare l’espressione) alla corruzione.

Diciamo questo perché, in fondo, lo stesso Pio XI già ammoniva i fedeli cristiani sulla vigilanza da avere a riguardo dei fanciulli in tutti gli altri ambienti oltre la scuola, ricordando che «ai nostri tempi, si fa necessaria più estesa ed accurata vigilanza, quanto più sono accresciute le occasioni di naufragio morale e religioso per la gioventù inesperta, segnatamente nei libri empi o licenziosi, molti dei quali diabolicamente diffusi a vil prezzo, negli spettacoli del cinematografo, ed ora anche nelle audizioni radiofoniche, le quali moltiplicano e facilitano per così dire ogni sorta di letture, come il cinematografo ogni sorta di spettacoli»[12]. Il Santo Padre temeva dunque il cinematografo…cosa direbbe oggi degli smartphone?

Risposta ad una obiezione

Come lo stesso Pontefice rileva, un’obiezione classica a questo modo di educare la gioventù potrebbe essere quella del rischio di essere “fuori dal mondo”. In effetti, considerando anche e soprattutto la situazione odierna, chiunque voglia educare i propri figli in contesti e con scopi e metodi come quelli descritti dai Sommi Pontefici citati, correrebbe il serio rischio di farli venire su come dei pesci fuor d’acqua. Niente tecnologia invasiva, programmi non omologati agli standard attuali, vita sociale necessariamente ridotta…quale genitore, vedendo le cose da quest’ottica, non storcerebbe il naso all’idea?

Eppure, ascoltiamo ancora Pio XI, nella parte finale dell’enciclica citata: il suo messaggio, crediamo, è più che mai attuale: «A simile obiezione, mossa dall’ignoranza e dal pregiudizio dei pagani, anche colti, d’un tempo – ripetuta purtroppo con più frequenza ed insistenza nei tempi moderni – aveva risposto Tertulliano: “Non siamo estranei alla vita. Ci ricordiamo bene di dover riconoscenza a Dio Signore Creatore; nessun frutto delle opere Sue noi ripudiamo; soltanto ci moderiamo, per non usarne smodatamente e malamente. E così non senza il foro, non senza il macello, non senza i bagni, le case, le botteghe, le stalle, i mercati vostri e tutti gli altri traffici, noi abitiamo in questo mondo. Noi pure con voi navighiamo e militiamo, coltiviamo i campi e negoziamo, e per ciò scambiamo i lavori e mettiamo a vostra disposizione le opere nostre. Come mai possiamo sembrare inutili ai vostri affari coi quali e dei quali viviamo davvero non vedo” (Apol. 42). Pertanto il vero cristiano, nonché rinunziare alle opere della vita terrena o menomare le sue facoltà naturali, le svolge anzi e le perfeziona coordinandole alla vita soprannaturale, per modo da nobilitare la vita stessa naturale e da procurarle più efficace giovamento, non solo di ordine spirituale ed eterno, ma anche materiale e temporale».

Nessun timore, dunque, abbiano i genitori cristiani: i loro figli per i quali essi sceglieranno una sana istruzione in una scuola cattolica, lungi dall’essere considerati degli “alieni” in un mondo normale, saranno al contrario, ne siamo certi, autentici testimoni della “normalità” cristiana in un mondo che, invece, è sempre più alieno dalla vera vita sociale che è quella basata sulla ricerca della virtù e del bene comune: scopi che, in un’ottica cristiana, non possono raggiungersi se non subordinandoli al fine ultimo della vita che è la salvezza eterna, assicurato dalla grazia di Gesù Cristo e dall’amore materno della sua santa Chiesa.


[1] Si vedano le direttive dell’OMS del 2010 sul tema della sessualità.

[2] Enciclica Divini illius Magistri, Pio XI.

[3] Ibidem.

[4] Enc. Militantis Ecclesiae, del 1-8-1897

[5] Enc. Inscrutabili , 21-4-1878.

[6] « […]se sarà necessario far loro conoscere, per scrupolosa coscienza di magistero, le opere erronee da confutare, ciò verrà fatto con tale preparazione e con tale antidoto di sana dottrina, che non nocumento, ma giovamento ne abbia la formazione cristiana della gioventù», Pio XI, enc. Divini illius Magistri.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

[9] E qui intendiamo parlare, naturalmente, della vera Messa cattolica, quella detta “di S. Pio V”.

[10] Intendiamo: esistenza di una vera scuola cattolica, le possibilità economiche e geografiche per raggiungerla, ecc.

[11] Merkelbach OP, Summa theologiae moralis, vol II, n° 827.

[12] Pio XI, enc. Divini illius Magistri.